Fubini spegne gli entusiasmi: “L’economia russa è in ripresa, cresce anche l’industria. Ecco perché Putin non tratta”

Da NicolaPorro.it – Era lo scorso maggio, quando il Fondo Monetario Internazionale ribadiva come l’economia della Russia sarebbe cresciuta più di molti Paesi occidentali, compresi Francia e Germania, con una forchetta di Pil 2023 che sarebbe oscillata dallo 0,5 al 2 per cento. Per aumentare fino al 2,5 per cento nelle previsioni del 2024. Da qui, sorgono almeno due considerazioni.

La nuova economia della Russia

La prima: pare ormai evidente come le sanzioni del Vecchio Continente non abbiano scaturito gli esiti sperati. Ad inizio guerra, i leader atlantici parlavano espressamente di default della Federazione, sottovalutando fortemente l’apparato produttivo di Mosca e, soprattutto, le ramificazioni che Putin ha con il resto del mondo, in particolare il decisivo aiuto della Cina, che ha aperto al Cremlino il proprio mercato da un miliardo e mezzo di consumatori.

La seconda considerazione viene direttamente dalla giornalista Alexandra Prokopenko, che nella sua newsletter per The Bell parla di una nuova fase che la Russia sta vivendo: quella di un “keynesismo militare”.

Ed è Federico Fubini a riprendere la tesi dell’autrice, specificando che “la spesa per la difesa nazionale e la sicurezza nazionale quest’anno arriverà al 6,2 per cento del prodotto interno lordo e quasi un terzo dell’intera spesa pubblica nel bilancio dello Stato”. Insomma, “la Russia in altri termini, come la Germania hitleriana, sta diventando un’economia di guerra che distribuisce benefici a chi fa parte di quella filiera: dagli oligarchi agli operai occupati nelle fabbriche di armamenti”.

La ripresa dell’industria

La recessione del 2022, quindi, è ormai superata ed è concreta l’ipotesi che il settore bellico possa trascinare altri campi in questo vertiginoso incremento. Lo rileva ancora Federico Fubini, sulle colonne del Corriere della Sera, ricordando che “le emissioni inquinanti dell’industria metallurgica, dopo una lunga caduta nel 2022, sono del 4 per cento più alte di sei mesi fa“.

E pure “la raffinazione di petrolio, nonché la produzione di materiali da costruzione, si sono messe alle spalle la caduta del 2022 e mostrano un’accelerazione fra il 2,5 per cento e il 3,5 per cento (sempre su base semestrale)”. Un fenomeno a cui ha contribuito – come già detto – il regime cinese, ma anche altri Paesi come l’Arabia Saudita, che ha deciso di moltiplicare per duecento l’import di prodotti petroliferi raffinati dalla Russia in aprile e maggio di quest’anno, rispetto all’inizio del 2022.

Insomma, nonostante le mille difficoltà interne (dopo il tentato colpo di Stato del gruppo mercenario Wagner), in Ucraina e pure alle prese con un’economia ridotta allo stato di guerra, i paletti dell’Occidente sono stati abilmente superati da Vladimir Putin, grazie alla ripresa produttiva del complesso militare-industriale.

Questo può tradursi in un aspetto decisivo: la guerra non si fermerà non prima di un anno, se non un anno e mezzo, obbligando l’alleanza atlantica a nuovi sforzi sotto il profilo delle forniture a Kiev. L’obiettivo di Zelensky di vincere il conflitto entro questo inverno, sperando nel collasso russo dall’interno, pare essere sempre più remoto.

Matteo Milanesi

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