“Accanimento ideologico”, Matteo Renzi sconfigge le toghe rosse: “Per mail e chat serve l’autorizzazione”

Da Affari Italiani La Corte Costituzionale con la sentenza numero 170 del 2023 ha dato ragione a Matteo Renzi accogliendo il conflitto di attribuzione proposto dal Senato in merito  dell’acquisizione della sua corrispondenza da parte della Procura di Firenze nell’inchiesta Open.

La Consulta ha dichiarato che la Procura non poteva acquisire, senza preventiva autorizzazione del Senato, messaggi di posta elettronica e whatsapp del parlamentare, o a lui diretti, conservati in dispositivi elettronici appartenenti a terzi, oggetto di provvedimenti di sequestro nell’ambito di un procedimento penale a carico dello stesso parlamentare e di terzi.

La Corte Costituzionale ha ritenuto i messaggi riconducibili alla nozione di “corrispondenza”, costituzionalmente rilevante e la cui tutela non si esaurisce, come invece sostenuto dalla Procura, con la ricezione del messaggio da parte del destinatario, ma perdura fin tanto che esso conservi carattere di attualità e interesse per gli interlocutori.

Come spiega il Giornale, “su un solo punto la Corte respinge il ricorso del Senato: gli estratti conto bancari di Renzi sono stati acquisiti regolarmente”. Ma per il quotidiano milanese si tratta di dettagli: “Per i metodi investigativi dei pm fiorentini, quelli che Renzi accusa di accanimento ideologico, che ha denunciato al Csm, che chiama «toghe rosse», e ai quali dice in faccia «io di voi non mi fido» (e loro rispondono «fa bene a non fidarsi») arriva una sconfessione piena.

E bisognerà vedere cosa accadrà il prossimo 22 settembre, quando a Firenze riprenderà l’udienza preliminare – che si trascina da oltre un anno – a carico di Renzi: che la Procura vuole portare a processo anche sulla base delle chat che non poteva sequestrare”.

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